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I provider e il “grabbing”

La diligenza del provider in un caso di “grabbing”.

Esaminiamo una recente sentenza del Tribunale di Roma che ha coinvolto un provider in una questione di “grabbing”. La questione si ricollega all’attività di hosting che molti provider svolgono a favore dei propri clienti.

Nell’ambito di questa attività i provider permettono ai clienti di immettere su Internet un sito con un domain name scelto (e registrato) da questi ultimi.

La sentenza che andremo a esaminare sembrerebbe imporre al provider un controllo preventivo sul domain name dei clienti, utilizzando l’ordinaria diligenza al fine di cogliere l’eventuale illiceità del nome a dominio e impedire che lo stesso venga utilizzato.

Il fatto risale al marzo 1999. In estrema sintesi, un utente del provider I.net aveva messo in linea un sito sotto il dominio www.ina.it.

L’Ina (Istituto nazionale delle assicurazioni) aveva successivamente adito il Tribunale di Roma chiedendo l’immediata inibizione dell’utilizzo di tale dominio, in quanto il marchio Ina risultava registrato fin dal 1986 e comunque la denominazione della suindicata società era sempre stata resa con l’acronimo Ina.

Nel ricorso l’Istituto nazionale delle assicurazioni sosteneva la violazione delle disposizioni sul marchio e di quelle relative alla concorrenza. Oltre alla suindicata richiesta, l’Ina chiedeva anche al Tribunale che fosse ordinato al provider I.net di disconnettere e impedire l’uso del dominio www.ina.it all’utente.

A seguito del ricorso, l’utente rinunciava all’utilizzazione del dominio “incriminato”, I.net resisteva invece alla domanda, sostenendo che una eventuale responsabilità (per concorrenza sleale o violazione della legge sui marchi), poteva essere attribuita all’utente (titolare del nome a dominio) e non al provider, che si era limitato a fornire l’allacciamento alla rete e sul quale non incomberebbe nessun obbligo di controllo del contenuto di pagine inserite nel sito gestito dall’utente.

Il Tribunale emetteva la propria decisione sostenendo che il provider non risponderebbe degli illeciti commessi a sua insaputa (per esempio nel caso di comunicazioni o informazioni illecite diffuse da terzi sul sito e non oggetto di suo controllo), deve invece rispondere del fatto illecito altrui qualora gli vengano fornite delle comunicazioni all’evidenza illecite. “… L’opposta opinione consentirebbe, per esempio, che vada esente da responsabilità, pur sussistendo tutti gli elementi del concorso nell’illecito, il provider che dia il collegamento a chi dichiaratamente intenda aprire un sito al fine di effettuare traffico di minori a fini turpi o commercio di sostanze stupefacenti”.

In virtù di questo principio il Tribunale di Roma riteneva che l’ordinaria diligenza avrebbe dovuto consentire di cogliere l’illiceità, almeno sotto il profilo della concorrenza sleale, dell’utilizzo di un marchio noto da parte di soggetto a tal fine non autorizzato.

Pertanto, venivano ritenuti responsabili del fatto illecito sia l’utente (che aveva registrato il dominio utilizzato) sia I.net (in concorso).

Fin qui la sentenza, cerchiamo adesso di capire quali principi dovranno essere tenuti in considerazione.

In virtù della sentenza in esame, incomberebbe sul provider/maintener un dovere di vigilanza sui nomi a dominio.

Secondo i giudici romani, i provider (che ospitano siti di terzi) dovrebbero verificare sempre la corrispondenza del nome a dominio con un segno distintivo già registrato o comunque noto e, qualora tale riscontro sia positivo, verificare che l’utente che utilizza detto nome a dominio sia il legittimo titolare del segno distintivo.

Qualora non compiano tali operazioni e il dominio corrisponda a un marchio registrato, potrebbero essere considerati corresponsabili degli illeciti commessi dall’utente.

La sentenza ha subito scatenato diverse reazioni meravigliate.

In effetti il controllo che sembrerebbe richiesto dal Tribunale romano appare eccessivamente oneroso per il provider che fornisca solo il servizio di hosting a un utente che abbia già un proprio dominio registrato.

Il consiglio è tuttavia quello di disciplinare contrattualmente la materia, ossia, si consiglia di inserire nel contratto di hosting una dichiarazione dell’utente nella quale lo stesso sostenga la piena titolarità del domain name registrato in osservanza della normativa italiana sui marchi e sulla concorrenza.